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Sant’Anna

La visione di Sant’Anna -Giovambattista Tiepolo

Il culto per Sant’Anna ha radici antichissime in Apollosa, ancora oggi testimoniato dal fervore che il popolo prova per la santa protettrice del paese. Sono circa tre secoli che l’abitato riconosce alla Madre di Maria il patrocinio sacro sugli eventi della vita, anche se e’ probabile che, al di là dei dati ufficiali che ancora si conservano, la devozione per Sant’Anna abbia origini anche precedenti al XVIII secolo.
In un documento del 1731, rinvenuto nel Registro dei Legati di S.Messe, e’ testimoniato il primo trasferimento della statua lignea della Santa dalla chiesa di san Domenico alla Taverna a quella Arcipretale di Apollosa e l’istituzione, ad opera dell’abate della Collegiata dello Spirito Santo di Benevento, del primo legato si Sante Messe in onore di Sant’Anna, da celebrarsi il giorno 26 luglio di ogni anno; è praticamente l’istituzione ufficiale della solenne devozione del popolo e dei festeggiamenti in onore della Santa, che non ha mai avuto interruzioni.
Interessante ai fini di una interpretazione del fenomeno socio – religioso, si riporta il testo nella versione tradotta dal mons. Pasquale Mazzzeo:
“Il giorno 20 giugno 1731, nella località di Apollosa, nella casa del reverendo signor Geronimo Fiorenza, Arciprete del suddetto luogo” [….] per Notar Nicola Fiorenza viene costituito, dall’abate mitrato D.Geronimo Lucarelli ,della Insigne Collegiata di S.Spirito in Benevento ,un legato di S.Messe,tra cui una da celebrarsi nel giorno 26 luglio di ciascun anno, in onore  di Sant’Anna.

Effige di Sant’Anna che si venera nella chiesa Arcipretale di Apollosa (fotozincografia risalente al 1890)

Di questa Santa il detto abate, essendo ospite di casa Fiorenza, ebbe l’onore di traslare la ” nobilissima statua dalla chiesuola della Taverna a questa ( di Apollosa n.d.r. ) …. chiesa Arcipretale con infinito concorso del popolo la terza festa di Pasqua di quest’anno di questo stesso anno (1731) giorno in cui detto Arciprete predico’ con infinita soddisfazione di tutto il popolo e profitto dell’anima ….
Il 15 aprile del 1732, quindi poco meno di un anno piu’ tardi, dietro pressante richiesta dei fedeli, mons. Giovanni Nicastro, arcivescovo di Benevento, donò alla chiesa di Santa Maria dell’Assunta di Apollosa una teca argentea contenente la reliquia autentica di un frammento d’osso della Santa, con la facoltà di esporla alla venerazione del popolo.
Nell’archivio parrocchiale e’ conservata una copia del decreto di concessione episcopale, da cui si evince tutta la solennità dell’evento.

Dal 1731 la statua a mezzobusto di S.Anna con il Bambino ha sempre trovato posto in un nicchio posto sopra l’Altare Maggiore, dove ancora si vede.
Attraverso il trascorrere dei secoli, la devozione del popolo ha attribuito innumerevoli miracoli alla Santa patrona del paese.
Valga per tutti quello riportato dall’arciprete don Nicola Finelli, in un notiziario parrocchiale del 1959 :


” ……… E’ da ricordarsi in maniera speciale l’intervento Suo soprannaturale, quando, scoppiato il colera e perdurante già da un mese e venti giorni, il dì 8 agosto 1911, dopo una processione di penitenza con la statua della Santa attraverso l’abitato, cessava improvvisamente, liberando gli animi dalla terribile afflizione….”

Uno dei piu’ accesi propagatori del culto di Sant’Anna fu senza dubbio l’arciprete don Pasquale Mazzeo , parroco di grande vitalita’ civile e religiosa.
Egli fece abbattere e trasformo’ l’intero presbiterio, il primitivo Altare Maggiore e la sede ove trova posto la statua, dei quali conosciamo le fattezze grazie ad una rarissima illustrazione del primo novecento.
Cosi’ ad esaudimento di un voto fatto nell’agosto del 1911 ridefinì l’abside, le mondanature, i fregi e gli stucchi, il paliotto e la parte superiore dell’Altare, laddove commissiono’ un baldacchino marmoreo di buon gusto, atto ad ospitare il simulacro restaurato della Santa:
i lavori durarono tre anni e, finalmente, il 29 agosto 1914, otto anni dopo il suo insediamento parrocchiale nell’Arcipretura dell’Assunta in Apollosa, lo inauguro’ alla presenza dell’arcivescovo G.Tommasuolo e del sindaco sig. Giovanni Stefanelli e della popolazione tutta.
L’inaugurazione e la consacrazione del nuovo Altare Maggiore e del marmoreo Trono di S.Anna sono ricordate da due epigrafe fatte apporre dal Mazzei ai lati del presbiterio.

Lapide posta alla sinistra del presbiterio
Lapide posta alla destra del presbiterio

Inoltre, per rimandare ai posteri la memoria del II° centenario del culto di Sant’Anna nella chiesa Arcipretale di Apollosa ed, al tempo stesso,  lasciare  un  segno  sensibile  del  XXV  anniversario  del  suo  possesso  anonico della parrocchia di S.Maria dell’Assunta in Apollosa     ( 1906 -1931 ) mons. Mazzei fece fondere e collocare sulla torre della chiesa una nuova campana ricordo.
E per concludere, un tocco di costume e di richiamo alle nostre consuetudini passate ci giunge da una delicatissima prosa di leopardiana memoria, composta nel 1914 dal giovane Celestino Stefanelli, che 12 anni piu’ tardi sarebbe diventato il primo podestà di Apollosa, in cui l’autore descrive con grande accoramento l’animo sereno e la semplicita’ della gente di Apollosa nel giorno piu’ atteso dell’anno:

Quest’alba perlacea non pare proprio simile a quella di ieri o di ieri l’altro.
Quel biancicare lontano, sul limite dell’orizzonte, accennante ancora ad un orlo di cielo, in cui appare incerto il palpitare di qualche stella, non e’ offuscato dal fumigar di nebbie o nuvolaglie.
E le campane si svegliano in un sussulto, in un fremito, in una sonorita’, e lo scampanio giocondo, ampio, ondeggiante si estende nell’aria, si propaga di colle in colle, risuona tra i monti e sul piano. E svelte s’innalzano le bombe carte, mulinando nell’aria, prima di scoppiare nei colpi tuonanti.
E la gente si leva, si segna la fronte, benedice il Signore, invoca la Santa Patrona.
I bimbi si svegliano, sorridono e gridano: oggi e’ festa mamma, il vestito nuovo. E il giubilo e’ in tutte le case in un chiacchiericcio indistinto, in un fragrante odor di bucato, di camice pulite, in un ondeggiare di fazzoletti variopinti, di garofano tolti dalla finestra, anzi ivi conservati proprio per oggi, in un luccicare di scarpe nuove, in uno spiegarsi di cotonine ancora dure di amido e odorose dei colori d’anilina delle tinte sulla piazza e ai lati della via si rizzano le baracche dei rivenditori ambulanti, che mettono in mostra le loro mercanzie invitando a comprare, con una terminologia tutta propria, piena di esagerazione.
Le vie in cui gia’ sono scesi i concerti musicali a suonare su e giu’ le loro marce, brulicano di gente, sul viso delle quali si legge una gioia insolita. E le campane suonano ancora, e le loro note, inneggianti al giorno lietissimo, echeggiano per le valli, si estendono nel piano, si propagano ai paesi vicini.
E’ tutto un aspetto nuovo: è festa: dalle campagne all’abitato e’ un ondeggiare di popolo accorrente al rito singolare.
Nel tempio il Vescovo, seduto sul suo trono, attende che il clero si ordini per procedere alla consacrazione del nuovo altare. E le popolane si riversano a ondate, con le tovaglie di lana o i fazzoletti dai vivaci colori sul capo, le gonne e i corpetti gialli o turchini. Il sole alto ha popolato di mille riflessi le vie e la piazza. I suoi raggi, battendo sui cristalli delle campanine delle lampade a gas, ne traggono dei lampia e dei guizzi irridescenti.
Il rito mistico e finito e il popolo , esce attendendo che si formi il corteo per la processione commemorativa.

– che belle nucelle,che belle nucelle!…..
Siente comme sònene, siè…..!
Acqua fresca: chi vò vèvere…!
Refrescatev’ ò cannarone, figliole!….
Unu sordu nu ventaglio; sciusciateve!…

E nel trambusto il popolo s’agita, freme, ondeggia.
Il buon contadino compra o fil’ e nucelle o ‘a’ nzerta e castagne o u susamiello o o na meza libr’ i copeta per portarla, in segno di festa o, come dicono, pè devozione,  alla sposa e ai figliuoli che son rimasti a casa.
Là un giovanotto dal cappello a cencio, infiorato da un fiore di carta rossa, compra un bicchiere d’acqua, annebbiata d’anice, e l’offre, con galanteria goffa, alla sua promessa, che lo sorbisce sorridendo, avendogli occhi bassi e facendosi rossa in viso. Quà un altro giovanotto, con i guanti alle mani, benche’ nel mese di agosto, con l’abito nero,  tagliato  all’inglese,  e  col  cappello  duro,  ( u mezzetto!  dicono  i  buoni paesani !)  s’avvicina alla baracca ( lu storo, dice lui) del gelatiere e chiede un bicchiere di sorbetto, per la fidanzata e una mezza bottiglia di birra per sè.  Dopo aver tracannato il bicchiere di birra , gitta, con tal quale trascuratezza da gran signore, una bella moneta luccicante, nella guantiera e,  dando il braccio alla fidanzata, s’allontana tronfio e petturuto. Il gelatiere si frega le mani e, sorridendo, mormora tra i denti: Ne veneser ‘ assai de’ sti pachiochi.
Così questi poveri illusi della meschina e angusta vita del paese fanno ridere sui loro atteggiamenti da evoluti. E quando saran fini i pochi dollari portati dall’America?

Le notizie quì riportate sono liberamente tratte dal volume
” Apollosa mille anni di storia “
Autore:Vincenzo Napolitano
Edizioni Realtà Sannita Benevento 1992

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